Diversity Inclusion: che cosa significa

La Diversity Inclusion potrebbe sembrare un trend di questi ultimi anni, ma la storia ci racconta che la prima volta in cui si è parlato di inclusione delle diversità è stata nel 1987, in cui il Ministro del Lavoro degli Stati Uniti William Brock analizzò i trend legati al mondo del lavoro e si rese conto di come fosse assolutamente necessario un cambio di direzione, in particolar modo nelle pratiche di assunzione negli Usa: donne, lavoratori afroamericani e ispanici avrebbero rappresentato il futuro del mondo del lavoro statunitense e stava diventando quindi fondamentale una maggiore integrazione di queste categorie.

E 35 anni dopo ne stiamo ancora parlando.

A livello intuitivo non è difficile comprendere che cosa significhi il termine Diversity Inclusion, ma quando ci si pensa si tende più a concentrarsi sul concetto di diversità che su quello di inclusione.

Includere all’interno dell’ambiente lavorativo significa creare un ecosistema professionale che sia paritario per tutti, in cui tutti si sentano accolti, rispettati, supportati, ben voluti e gratificati. Significa abbattere le barriere, i pregiudizi e gli stereotipi e quindi creare uguaglianza.

Chi necessita di uguaglianza? Chi fino a poco tempo fa o tutt’ora ha subito e subisce degli svantaggi in quanto parte di una minoranza: ci riferiamo quindi a tutti coloro che per motivi di orientamento sessuale, religione, etnia, disabilità o genere non sono sempre stati inclusi.

Per quanto da un punto di vista etico o morale ci immaginiamo che ciò che abbiamo detto sinora sia al 100% condivisibile, la realtà dei fatti si scontra spesso con la teoria. I dati ci raccontano infatti, sia a livello nazionale che internazionale, di come l’inclusione non sia ancora ben radicata in tutti i contesti.

I numeri ci raccontano anche di enormi cambiamenti, o meglio di enormi miglioramenti, soprattutto in campo aziendale oltre che culturale, ma ciò non significa che si possa continuare a crescere.

Sono due le direzioni principali che le aziende tendono a intraprendere per migliorare il proprio approccio alla Diversity Inclusion: introdurre una figura professionale finalizzata al rispetto delle regole sulla diversità o formare i propri dipendenti per aumentarne la consapevolezza.

Entrambe le strade sono certamente ammirevoli per vari motivi, ma soprattutto entrambe le strade possono portare un’azienda verso un risultato che oramai rappresenta un dato di fatto: secondo ricerche e studi delle più importanti aziende di consulenza del mondo, puntare sulla diversità significa migliorare, anche notevolmente, le prestazioni societarie. Non si tratta quindi di attività portate avanti (esclusivamente) per ottenere dei riconoscimenti sociali, ma si tratta di una vera e propria leva di business che permette di incrementare il fatturato aziendale.

Si prospetta quindi la possibilità di creare una classica win win situation: i dipendenti di un’azienda si sentono inclusi, sono felici, lavorano meglio e l’azienda guadagna di più. 35 anni dopo l’intuizione di William Brock è quindi giunto il momento di capire come migliorare anche le nostre aziende!

La prima soluzione è legata a una nuova figura professionale nata negli ultimi anni, il Chief Diversity Officer. Un professionista che si occupa appunto di condividere pratiche e abitudini che permettano all’azienda di migliorare in un’ottica inclusiva, di modificare alcuni processi e di rimanere al passo coi tempi per quanto concerne gli incentivi che premiano l’inclusività.

La seconda soluzione passa ovviamente attraverso la cultura, che in questo caso si concretizza in formazione: per quanto sia scomodo e spiacevole ammetterlo, tutti noi siamo vittime passive di alcuni bias culturali che fanno parte del nostro background e della nostra società. Parafrasando questa frase senza inglesismi, ciò significa che la società in cui siamo cresciuti, le abitudini dei nostri genitori, la televisione che ci ha tenuto compagnia per ore e moltissimi altri input ci hanno plasmati e condizionati e, purtroppo, ci hanno portati ad allontanare ciò che riteniamo diverso da noi per determinate caratteristiche. Leggendo questa frase potresti pensare che non sia il tuo caso, ma sotto sotto, se sei onesto con te stesso, sei perfettamente consapevole che è così. Proprio per questo motivo la formazione rappresenta un’arma estremamente potente per acquisire consapevolezza, confrontarsi e migliorare il proprio rapporto con gli altri, in particolar modo con quelle persone che si sentono escluse a causa di questi bias.

Simulware è felice di mettersi a disposizione delle aziende per intraprendere un percorso di formazione che le porti a essere maggiormente inclusive, attrattive e, di conseguenza, maggiormente vincenti.

Se vuoi saperne di più non esitare a contattarci.

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